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riferimento familiare, sospeso in un intreccio di circostanze casuali. Nell'aria c'erano tracce sovrapposte di detergente per moquette e fumo di passati residenti e polvere mai rimossa, e mi si mescolavano nella testa ai brutti sguardi ambigui di Renato l'autista e della segretaria e del portiere. Ho ripreso il telefono e fatto il numero di casa a Milano; avevo bisogno di sentire Caterina, trovare solidarietà . Caterina ha risposto nel suo solito tono telefonico, rigidetto come se ci fosse sempre qualcun altro ad ascoltare. Le ho raccontato l'arrivo e la corsa in macchina in termini leggermente esagerati; il piccolo appartamento peggio di com'era. Lei ha detto: «Va be', tanto mica ci devi passare la vita». E per fortuna non c'erano tracce leggibili di nostalgia nella sua voce: non sembrava nemmeno particolarmente curiosa. In più stava mangiucchiando qualcosa, erano quasi le otto e dovevo averla sorpresa a tavola. Questo ha avuto l'effetto di cancellare buona parte del mio senso di abbandono; mi sono affrettato a salutarla. Ho fatto una doccia di venti minuti, fermando l'acqua ogni tanto per paura di non sentire il telefono, poi mi sono rivestito con abiti più leggeri. Ero divertito all'idea di essere a Roma: avevo fame, e voglia di mettermi in circolazione, vedere la città . Nell'atrio ho spiegato al portiere che uscivo a fare un giro, se qualcuno mi cercava sarei tornato per le dieci. Lui ha chiesto: «E come lo fa il giro? A piedi?», con un sogghigno da vecchia volpe di portineria che sa qualcosa di più dei suoi clienti ma non lo rivela gratis. Gli ho detto: «Si, a piedi»; sono uscito. Fuori l'aria aveva un odore quasi di campagna, non c'erano suoni né movimenti né altri segni di vita cittadina. Ho camminato di buon passo per una strada in pendenza, e non riuscivo a vedere una sola insegna illuminata. Mi ci sono voluti dieci minuti per capire che ero in un quartiere residenziale arrampicato fuori dalla città vera, fatto di edifici ex moderni con portoni di vetro e giardini condominiali, cancellate dietro cui abbaiavano cani. La città vera doveva essere ai piedi della collina e al di là del ponte che Renato l'autista mi aveva fatto attraversare a velocità folle: sentivo il suo rumore di fondo mentre andavo a tentoni in discesa, ma era chiaro che non c'era verso di arrivarci a piedi. Così sono tornato al residence, mezzo morto di fame a questo punto. Il portiere ha ripetuto il suo sogghigno appena mi ha rivisto, poi mi ha porto un modulo per messaggi. Ha detto: «Per lei, dottore», con un'incuranza che rendeva caricaturale il titolo. Sul modulo era scritto Dott. Polidori, richiama lui in serata. Il portiere spiava le mie reazioni, anche se faceva finta di guardare un piccolo televisore appoggiato sul bancone. Gli ho chiesto se si poteva mangiare lì dentro; lui ha detto: «Come no», mi ha indicato il percorso per il ristorante al piano di sotto. Così ho mangiato un piatto di pasta molto unta e una pallida sogliola alla mugnaia, al centro di una sala enorme dov'erano seduti solo un manager di medio-basso livello curvo sul suo piatto e due coppie di americani anziani che cenavano a cappuccino. Le loro risa gracidate riverberavano nello spazio vuoto, tra decine di tavoli e centinaia di sedie assiepati forse in previsione di qualche gigantesco pranzo turistico o aziendale. Poi sono tornato in camera. Ho ritelefonato a Polidori; c'era sempre la segreteria. Non ho lasciato messaggi, ho acceso la televisione con il volume al minimo e mi sono sdraiato sul divano a guardarla. C'era un programma comico dove un uomo che assomigliava molto al ministro del bilancio rispondeva alle domande a doppiosenso di un comico da avanspettacolo e di una pupazzona seminuda: ammiccava e faceva battute, a un certo punto ha accennato alcune mosse di tarantella, sotto i riflettori che gli facevano luccicare la testa pelata. Solo dopo qualche minuto mi sono reso conto che era il vero ministro e non un attore travestito, e ho provato un senso lento
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